Thomas Talbott, nato a Bremerton nello Stato di Washington, è uno dei principali difensori filosofici dell’universalismo cristiano contemporaneo. Formatosi tra il Fuller Theological Seminary e l’Università della California a Santa Barbara, ha insegnato filosofia alla Willamette University di Salem, in Oregon, fino al 2006. Le sue tesi, esposte in articoli su riviste come Religious Studies e Faith and Philosophy e poi nel libro The Inescapable Love of God (1999), hanno fatto dell’universalismo una posizione discussa seriamente anche in ambito evangelicale.
La sua prospettiva si distingue da quella degli universalisti unitariani perché nasce dentro l’ortodossia: Talbott resta trinitario e argomenta a partire dalla Scrittura, soprattutto dalle lettere di Paolo. Il cuore del suo pensiero è la “triade incoerente”. La prima affermazione è che Dio vuole sinceramente la salvezza di ogni essere umano. La seconda è che la sua volontà alla fine si compirà. La terza è che alcuni saranno perduti per sempre. Le tre affermazioni non possono essere vere insieme, e ogni tradizione cristiana ne sacrifica una. Il calvinismo salva la sovranità divina ma restringe l’amore di Dio agli eletti. L’arminianesimo afferma l’amore universale ma ammette che la libertà umana possa sconfiggerlo per sempre. L’universalismo condivide con il calvinismo l’idea che la grazia sia infine irresistibile e con l’arminianesimo l’idea che Dio ami tutti, e rinuncia quindi alla dannazione eterna. Per Talbott, dunque, l’universalismo non è meno biblico delle due soteriologie “ortodosse”.
Il punto più originale del suo lavoro riguarda la libertà, l’obiezione più diffusa contro l’universalismo. Talbott non nega il libero arbitrio. Sostiene però che un rifiuto di Dio insieme definitivo e pienamente libero sia incoerente. Dio è la fonte stessa del bene e della felicità di ogni creatura. Chi lo respinge, quindi, lo fa per ignoranza, per illusione o perché prigioniero di desideri distorti, cioè in condizioni che sono l’opposto della vera libertà. Una persona del tutto lucida e informata non avrebbe alcuna ragione intelligibile per scegliere per sempre la propria rovina. Dio può allora dissipare gradualmente quelle illusioni, anche attraverso esperienze dolorose, finché ciascuno si volgerà a lui liberamente. Su questo punto il dibattito con William Lane Craig, che sulle stesse riviste difese la possibilità di un rifiuto irrevocabile della grazia, è diventato un passaggio classico della filosofia della religione.
Ne deriva una concezione dell’inferno che Talbott non elimina ma reinterpreta. Il giudizio esiste, ma ha uno scopo correttivo e purificatore, non retributivo. Il fuoco di cui parla la Bibbia è lo stesso amore di Dio che consuma ciò che nell’uomo gli resiste. Giustizia e misericordia, in Dio, non sono attributi in tensione: Dio punisce per redimere, come un genitore amorevole.
Talbott ha anche collaborato con Robin Parry e Christopher Partridge al volume Universal Salvation? The Current Debate (2003), in cui calvinisti, arminiani e cattolici discutono le sue tesi. Ha scritto inoltre la voce sull’universalismo per l’Oxford Handbook of Eschatology (2007) e quella sul paradiso e l’inferno per la Stanford Encyclopedia of Philosophy. Ha dato all’antica speranza origeniana dell’apocatastasi una forma filosofica rigorosa e ha aperto la strada ad autori come Parry e David Bentley Hart.
